I corali di San Francesco al Museo Civico Medievale di Bologna

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Ms 526, C104v 

Con la soppressione napoleonica di fine 700 e la conseguente chiusura di chiesa e convento e dispersione dei religiosi, da San Francesco vennero portati via anche gli antichi corali, databili dal XIII al XV secolo, oggi conservati al Museo Civico Medievale di Bologna.Nel settembre 2018 occasione della X edizione del Festival Francescano, il Museo ha inaugurato la mostra Lodi per ogni ora curata da Massimo Medica in collaborazione con Paolo Cova e Ilaria Negretti. Nel comunicato stampa diffuso per l’occasione, i corali venivano così presentati:

Ms 526, F 84.2v

Fin dal Duecento l’illustrazione dei manoscritti ha costituito uno strumento espressivo essenziale per l’Ordine dei Frati Minori. Grazie alle scelte iconografiche e tematiche codificate dall’Ordine, le immagini dei libri francescani rappresentarono un elemento fondamentale per esaltare la figura del santo fondatore, offrendo una lettura in chiave strettamente cristologica della sua vita, che legittimava il ruolo di rinnovamento della Chiesa operato dalla congregazione francescana.Infatti, sfogliando le pagine di Antifonari e Graduali del XIII secolo spesso ricorrono le raffigurazioni della Predica agli uccelli e delle Stimmate come appare nel manoscritto 526, qui esposto insieme ad altri graduali (mss. 525, 527), realizzati intorno al 1280-85 per il convento di San Francesco a Bologna. A decorarli fu chiamato uno dei protagonisti assoluti della miniatura bolognese della seconda metà del Duecento, il cosiddetto Maestro della Bibbia di Gerona, così chiamato per aver decorato la celebre Bibbia oggi conservata presso la biblioteca capitolare della città catalana.

Ms 526, C98.2r

Se nell’episodio della Predica agli uccelli gli artisti potevano indugiare in ricerche di naturalismo espressivo, in quello delle Stimmate era possibile invece sperimentare effetti di grande drammaticità, come documenta l’analoga figurazione del graduale ms. 526, felice connubio tra le più sofisticate sperimentazioni pittoriche della tradizione bizantina e la veemenza espressiva di certa pittura toscana di questi anni.Nella serie di Antifonari (mss. 528, 529, 533), realizzata nei primissimi anni del Trecento a compimento del precedente ciclo di Graduali, il linguaggio ancora aulico del Maestro della Bibbia di Gerona rivive in talune figurazioni seguendo connotazioni più moderne che già lasciano presagire una conoscenza dei fatti nuovi della cultura giottesca (ciclo di affreschi della Basilica Superiore di Assisi), la cui diffusione dovette seguire inizialmente canali privilegiati all’interno dello stesso Ordine. 

Ms 526,  F62c C.N.B.

Tra le figure che si pongono a maggior confronto con l’artista fiorentino va annoverato Neri da Rimini che realizzò nel 1314, assieme al copista Fra Bonfantino da Bologna, l’antifonario ms. 540 destinato al convento francescano della città romagnola. Risale invece alla metà circa del XV secolo la serie di corali francescani (mss. 549 – 551, 553) che in parte recano entro alcuni capilettera calligrafici la firma di Guiniforte da Vimercate e la data 1449. La decorazione di questo ciclo, risultato della collaborazione di maestranze di estrazione lombarda e locale, venne coordinata dal bolognese Giovanni di Antonio il quale si riservò personalmente la realizzazione di alcune parti (ms. 551).Accanto a lui sono all’opera personalità bolognesi dalla parlata più corsiva (mss. 550, 551, 553), ma anche il Maestro del 1446 (ms. 549) considerato uno dei più abili interpreti dell’ultima stagione della miniatura tardogotica cittadina che ebbe proprio in questa serie liturgica francescana una delle sue più tardive manifestazioni.

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Una corona per l’Immacolata

L’incoronazione della statua dell’Immacolata per mano del Card. Giacomo Lercaro il 13 maggio 1962

A ricordo della visita della statua della Madonna di Fatima in San Francesco il 29 giugno 1959, i frati pensarono di far incoronare la statua dell’Immacolata venerata nella stessa chiesa, opera dello scultore bolognese Prudenzio Piccioli eseguita intorno al 1848. Si ipotizzò la data dell’8 maggio dell’anno successivo prevedendo il restauro della cappella per cui fu richiesto l’intervento dell’architetto Giorgio Trebbi. Si rese comunque necessario rimandare l’evento e la nuova data fu fissata per il 13 maggio 1962, nel quarantacinquesimo anniversario della prima apparizione della Vergine ai tre pastorelli in località Cova da Iria (Conca di Iria), vicino alla cittadina portoghese di Fatima.

La bolla del Capitolo Vaticano del 25 marzo 1962

La celebrazione fu accuratamente preparata dall’allora Ministro provinciale p. Stanislao M. Rossi che con i confratelli della comunità bolognese, coinvolse insieme alla cittadinanza, i frati dell’intera provincia religiosa con gli alunni dei seminari serafici, le fraternità del Terz’Ordine Francescano e i gruppi della Milizia dell’Immacolata.
Si fece istanza al Capitolo della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano di poter incoronare l’effige dell’Immacolata in nomine ipsius Capituli per mano dell’Arcivescovo metropolita di Bologna il Cardinale Giacomo Lercaro.La corona d’oro, offerta dai frati, dai terziari francescani e dai militi dell’Immacolata di tutta la regione, fu realizzata dall’argentiere e cesellatore bolognese Enea Stefani, ha smalti azzurri e porta incastonate dodici gemme, che simboleggiano la celeste Gerusalemme di cui l’Immacolata è Regina (cf. Ap 21)
Così l’evento è raccontato a pagina 8 de L’Osservatore Romano del 18 maggio 1962: 

L’ingresso in Basilica del Cardinale Arcivescovo

«Il Cardinale Giacomo Lercaro Arcivescovo di Bologna, a nome del Capitolo Vaticano, ha posto sulla fronte luminosa dell’Immacolata venerata in San Francesco una corona d’oro, gemmata e semplice com’è la fede generosa del popolo bolognese.La solenne cerimonia votiva era stata preparata da un fervido Settenario e preceduta dalla Messa Pontificale del Porporato, in tutto il decoro liturgico e cantata dalla cappella salesiana del Sacro Cuore, diretta egregiamente dal maestro don Primo Chinellato. Partecipavano alle funzioni pontificali, anche pomeridiane, i vescovi di Guastalla Mons. Zampieri e di Triveneto Mons. Crivellari, O.F.M. fratello del predicatore del Settenario P. Fiorenzo, O.F.M.Conv.


La corona portata da un “fratino”

Nell’ora dell’incoronazione si ravvivava nel Cardinale il felice ricordo del giorno culminante l’Anno Mariano 1954, quando circondava di una corona di dodici stelle l’ispirata bronza statua dell’Immacolata, che domina la vasta piazza, ch’era detta Seliciata di San Francesco, quando venne eretta nel 1669, su disegno di Guido Reni.
Segnava sin d’allora la vittoria della Comunità, provata per il culto prematuro dei severi provvedimenti, a carico di eminenti religiosi, e dell’accademia che ne cantava per secoli le glorie. Già prima della metà del 1400 l’università bolognese, che aveva presso il tempio le sedi della medicina delle arti e del diritto, si recava ogni anno in San Francesco coi reggenti e consiglieri per la celebrazione della festa dell’Immacolata Concezione.
La bella statua oggi decorata della corona aurea è la seconda che la Comunità Francescana Conventuale commise nel 1830 al valente statuario Prudenzio Piccioli, quando poté ricostituirsi, dopo la soppressione napoleonica, presso la chiesa di San Gregorio in via Nazario Sauro: e poi fu trasferita in San Francesco nel 1841, quando la Basilica fu riaperta al culto.
Nel 1868 la seconda soppressione italica però la cacciò nuovamente, il convento venne requisito e la chiesa chiusa al culto. La statua fu portata come inutile alla Certosa, fra le cose morte e superate… Ma passò il periodo più radicale del laicismo contro gl’istituti religiosi, e venne il giorno del ritorno della candida Regina dei Minori, nella loro chiesa, nel 1888 mentre l’architetto Rubbiani ne iniziava il ritorno al suo primiero splendore originale: si conchiudeva così felicemente la sorte della seconda statua. La prima, bellissima opera d’arte della metà del settecento, fatta dal memorabile p. Sorazzi, era già sistemata dopo la prima soppressione in S. Petronio: accolta con sommo onore dal capitolo della perinsigne basilica, dopo breve sua permanenza in S. Martino, quando anche essa veniva soppressa quale chiesa di Religiosi. Il Cardinal Arcivescovo Opizzoni le consacrò un altare in una cappella, poi divenuta sontuosissima, dove tutt’ora ha grande venerazione.

L’odierna incoronazione ha un ricordo storico in un’opera quattrocentesca: la pala dell’altar maggiore di Pierpaolo e Iacobello delle Masegne: del 1398. Questi celebri artisti sono pure gli autori dell’Iconostasi di San Marco in Venezia.
Nella loro pala, al centro di quaranta statuine marmoree, rappresentanti apostoli e santi francescani sta la Vergine in gloria, alla destra del Figlio. La corona che Le impone fu soprapposta al capo della Vergine nel 1600 dal predicatore di S. Petronio: padre Gerolamo dei Nobili Paolucci di Forlì, cappuccino, per iniziativa cittadina, al termine della predicazione quaresimale.Il culto della città per l’Immacolata Concezione è documentato dalla statua a Lei innalzata nella piazza adiacente alla basilica, come sublime e perenne affermazione di amore. La luce di mille lampade ne ha coronato in tutto questo settenario la vittoria del Suo candore sui vecchi e nuovi errori. Ben si è potuto cantare con la Chiesa: «Godi o Maria Vergine perché tutte le eresie Tu hai vinto nel mondo universo». Ai vicini e ai lontani i due campanili del tre e quattrocento, dalle sue linee artistiche ingemmate di luci: e lo hanno diffuso dal piano ai colli con l’armoniosa eco dei suoi bronzi.

Su tutti i cittadini la commovente polifonia liturgica, e le esecuzioni classiche ha ricordato i grandi maestri fioriti in questo insigne cenobio: il Padre Martini, Maestro di Mozart e il P. Mattei, di Donizzetti, che hanno esaltato l’Immacolata, come i grandi teologi, loro confratelli.Tutto dava un senso di nostalgia alla vera musica, alle sue immortali armonie, e al vero culto dell’Immacolata Regina che ha fatto sentore in questi giorni un potente invito ad essere partecipi e collaboratori delle sue novelle Vittorie.

Degna corona pomeridiana della solennità è stato il congresso Mariano, che ha rivisto la basilica stipata della fiorente Milizia, e sotto le decine di vessilli ha rinnovato il giuramento di fedeltà e la promessa di attività alla sua coronata Regina.
All’ardente parola del Predicatore è seguita quella del presidente dell’Assemblea Mons. Angelo Zampieri.
Le acclamazioni ed i propositi, animati dal direttore regionale della milizia p. Luigi Faccenda, hanno suggellato il convegno, coronato infine dalla trina benedizione eucaristica di Mons. Zampieri, Vescovo di Guastalla.
Poi tutto il popolo si è riversato nel chiostro francescano ad ammirarvi la ricca mostra mariana e missionaria, facendo acquisti e offrendo il nome per generosa collaborazione».

  • Notizie e immagini dall’archivio della ex Provincia Bolognese dei Frati Minori Conventuali conservato presso il Convento San Francesco di Bologna. Circa Enea Stefani si veda la pagina di antichistrumentiorafi.it.
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La statua dell’Immacolata di Prudenzio Piccioli (1848 ca) in San Francesco

La statua dell’Immacolata, posta all’interno dell’omonima cappella già dedicata a san Bernardino entro una corona di nubi gotiche nella forma a mandorla (o vesica piscis) realizzata nel 1957 da Severino Gardesani su disegno di Guido Atti, fu realizzata dopo che, nel 1819 i frati poterono riaprire al culto la Cappella Muzzarelli. È opera dello scultore spilambertese Prudenzio Piccioli (1813-1883) che nel 1848 curò il restauro della quattrocentesca pala marmorea dell’altare maggiore, opera dei fratelli veneziani Pierpaolo e Jacobello Delle Masegne. Fu proprio in quegli stessi anni che il Piccioli realizzò la statua dell’Immacolata Concezione di dimensioni più che reali, «ispirata alla pittura del Sassoferrato». L’effige fu posta sull’altare maggiore della Cappella Muzzarelli con ai fianchi, in due nicchie, le statue di san Ludovico, re di Francia, e santa Elisabetta d’Ungheria, patroni del Terz’Ordine Francescano.Con le soppressioni del 1863 e il decreto prefettizio del 1866 che ordinava la nuova chiusura della chiesa e la sua destinazione ad uso militare, la venerata immagine fu trasferita nella chiesa di San Girolamo della Certosa. Da lì fu riportata in San Francesco dopo che nel 1877, in attesa del ripristino della chiesa, fu nuovamente riaperta al culto la vecchia sacrestia, la Cappella Muzzarelli, che venne dedicata all’Immacolata. 
In occasione del restauro e parzialmente trasformazione del 1957 ad opera dello scultore scultore e plastificatore faentino Gaetano (Tano) Dal Monte (1916-2006), si ruppe la testa in gesso che fu rifatta in cartapesta (cf. lettera al p. Stanislao Rossi del 7 febbraio 1957). La statua fu solennemente incoronata dal Cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo metropolita di Bologna, il 13 maggio 1962.

La statua prima dell’intervento del 1956

Le notizie relative alla statua e al suo autore sono tratte dalla scheda di www.storiaememoriadibologna.it e da alcune note sul culto dell’Immacolata a Bologna redatte nel 1954 da p. Bartolomeo Casoni Dal Monte e conservate nell’archivio del convento. Per il restauratore si veda la pagina di www.ilbuonsenso.net. Si veda anche: Virgilio Davia, Cenni intorno al nuovo simulacro di Maria Santissima Immacolata opera dello scultore Prudenzio Piccioli che si venera nella Chiesa de’ RR. PP. Minori conventuali di S. Francesco in Bologna, Bologna, Tip. alla volpe, 1848.

A lato la pianta della chiesa di San Francesco con indicata la posizione della “Cappella dell’Immacolata” (già di San Bernardino).

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La Seliciata di San Francesco in una incisione di Pio Panfili anteriore al 1806

Pio Panfili
Veduta della Piazza detta la Seliciata di S. Franc[es]co in Bologna
(ante 1806)
incisione all’acquaforte su carta, 146×188 mm
Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, GDS, Cartone Panfili c. 4

Il Gabinetto disegni e stampe dell’Archiginnasio di Bologna conserva una raccolta di disegni e stampe di Pio Panfili (1723-1812) tra cui una veduta della cosiddetta seliciata di San Francescol’attuale Piazza Marcello Malpighi, col fianco orientale del complesso conventuale, l’abside e i campanili della chiesa e, sulla sinistra, la colonna dell’Immacolata.

Scheda dell’opera alla pagina di badigit.comune.bologna.it da cui è tratta l’immagine qui pubblicata.

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Una veduta dell’abside di San Francesco dalla centralissima Piazza Maggiore di Bologna

Fig. 01

Se in Piazza Maggiore si sale sulla gradinata della basilica di San Petronio e si guarda il prospiciente Palazzo del Podestà si potrà notare, oltre il finestrone centrale del Salone dei Quattrocento, l’abside del bel San Francesco.

Fig. 02

Si tratta di un affresco [Fig. 02] conosciuto come La Città degli studi del ciclo decorativo promosso dalla Società Francesco Francia e vinto dal progetto Savena dell’architetto Alfredo Brizzi e del pittore Adolfo De Carolis (1874-1928), ex allievo dell’Accademia bolognese sotto la guida di Domenico Ferri.La composizione, inscritta in un arco, come le altre scene della parete che “riassume in forma d’arte la storia e i fasti della città di Bologna”, può essere divisa in tre registri: in quello superiore, che occupa oltre la metà dell’affresco, l’abside di San Francesco con la tomba di Irnerio in stile neogotico; al centro, è allineata la teoria dei dottori, studiosi e poeti, “ieratici nei loro costumi arcaizzanti”, tra i quali è riconoscibile, di profilo, Dante Alighieri; in primo piano, gli scolari e le allegorie del Trivio e del Quadrivio vivacizzano la scena nella varietà delle loro pose.

Fig. 03
Fig. 04

Le notizie e la Fig. 02 sono tratte dalla pagina di www.bibliotecasalaborsa.it (con ricca bibliografia); altre notizie si ricavano dalla scheda di www.culturaitalia.it relativa al bozzetto ad olio conservato nella “Raccolta De Carolis” del Comune di Montefiore Conca e da cui è tratta la Fig. 03 (vedi in proposito anche la scheda di www.museipiceni.it). Il Museo d’Arte Moderna di Bologna (MAMbo) conserva il progetto della decorazione dell’intera parete nord di cui la Fig. 04 (vedi scheda di www.mambo-bologna.org).

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Tracce di un antico affresco alla base del campanile grande di San Francesco

Solo un occhio attento riesce a riconoscere alla base del campanile grande, lato settentrionale, sotto l’atrio romanico, la traccia di un dipinto raffigurante due santi di cui ancora rimane, insieme ad una sorta di ombra, il duplice rilievo delle aureole.
L’archivio della Fondazione Federico Zeri di Bologna ne conserva una foto scattata dallo studio bolognese Achille Villani & Figli (notizie e immagine dalla pagina di catalogo.fondazionezeri.unibo.it). Il p. Luigi Garani nel suo Il bel San Francesco di Bologna del 1948 (Bologna, Tipografia Luigi Parma) ne accenna in questi termini: «Su di un pilone fu scoperto, durante i lavori di restauro del secolo scorso, un affresco quattrocentesco, rappresentante i SS. Pietro e Paolo, ora completamente svanito» (p. 257).

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La preghiera all’Immacolata pronunciata dall’Arcivescovo Matteo Maria Zuppi in occasione della Fiorita 2018

Vergine Santa e Immacolata, 
madre che custodisci con amore tutta la città degli uomini
e ogni persona, 
cercare te ci aiuta ad alzare il nostro sguardo
e trovarti ci riempie di gioia. 
Ci rivolgiamo a Te con la fiducia e l’intimità dei figli, 
sentendo la dolcezza della tua protezione. 
Tu vuoi che i nostri occhi rimangano fissi in Dio 
per potere contemplare il mondo e saper vedere oggi segni dell’avvento.
Maria tutta santa, tu susciti in noi un rinnovato desiderio di santità, 
cioè vivere l’amore che Dio ha messo nel cuore di ognuno 
e per il quale siamo a questo mondo. 
Tu conosci le nostre fatiche, le ferite nascoste del nostro cuore, 
la tentazione di non credere più all’amore 
e di fare vincere la disillusione che spegne la speranza. 
Donaci la gioia di ascoltare e seguire il tuo Figlio, 
l’entusiasmo di correre come te verso i nostri fratelli. 
Insegnaci a non giudicare senza aiutare, 
a non lasciare nessuno solo, particolarmente nella sua debolezza, 
a non arrenderci alla difficoltà.

Maria, Tota pulchra, tutta bella,
ti ringraziamo perché in un mondo complicato
e che ci riempie di paure, individualista e alla ricerca del prossimo,
presuntuoso e fragile, 
Tu ci mostri la bellezza che non delude e non finisce, il tuo figlio Gesù. 
In Te vediamo tutta la grazia di essere amati da Dio, 
la forza che innalza gli umili e capiamo che il valore
e la bellezza delle nostre povere persone non viene
dalla vanità dell’orgoglio ma dall’amore di Dio.

Maria, Madre delle tenerezza, 
insegnaci a proteggere il dono della vita dal suo inizio alla sua fine. 
Aiuta i piccoli della nostra Città e le loro famiglie, i bambini,
soprattutto quelli che sono malati e gli anziani, 
chi sperimenta l’amarezza della solitudine o non si riconosce più. 
Ti preghiamo con tanta insistenza per i giovani 
perché con coraggio mirino alle cose più belle e conservino sempre un cuore libero, 
rispondano come Te alla chiamata che Dio rivolge a ciascuno, 
perché realizzino il proprio progetto di vita e raggiungano la felicità.

Maria insegnaci ad essere comprensivi e solidali con chi ha bisogno, 
a coltivare il senso del bene comune e di ogni persona, 
a parlare sempre la lingua dell’amore che tutti comprendono nella loro condizione, 
perché si veda attraverso di noi la luce della speranza di Dio e la sua presenza.
Esaudisci le suppliche che portiamo nel nostro cuore e affidiamo a Te. 
Sia in noi la bellezza dell’amore di Dio in Gesù, sia questa divina bellezza a salvare noi, la nostra città, il mondo intero. 
Amen.

Matteo Maria Zuppi
Arcivescovo metropolita di Bologna
8 dicembre 2018
(dalla pagina di www.chiesadibologna.it)

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L’incarnazione della Vergine in sant’Anna come Immacolata Concezione in un dipinto di Bartolomeo Cesi (1593/95) già in San Francesco

Bartolomeo Cesi
Incarnazione della Vergine in sant’Anna come Immacolata Concezione
1593/1595
Bologna, Pinacoteca Nazionale (sala 22)

La grande pala, opera del bolognese Bartolomeo Cesi (1556-1629), era originariamente collocata nella cappella Desideri di San Francesco, ove rimase esposta sull’altare maggiore sino alle soppressioni napoleoniche. La complessità del soggetto trova rispondenza nel forte sostegno da parte dell’Ordine francescano all’idea immacolatista, che sarà riconosciuta come dogma solamente nel 1854. Di particolare intensità è la figura di sant’Anna, raffigurata col volto segnato dagli anni, in atteggiamento misto di adorazione e ringraziamento per l’inaspettata gravidanza.
L’opera è caratterizzata da una severità rappresentativa e da una semplificazione iconografica in chiave neoprospettica, atte ad agevolare una lettura devota; questo secondo il costante indirizzo del Cesi, che si accentua in questi anni all’aprirsi del Seicento.
Un’altra versione del tema, documentata nel 1600, si trova nella chiesa bolognese di Santa Maria della Pietà, detta dei Mendicanti.

Le notizie relative al dipinto sono in gran parte tratte del depliant La bellezza dell’arte e i francescani. Itinerario tra i dipinti della Pinacoteca Nazionale di Bologna provenienti dalla Basilica di San Francesco, 15 settembre-15 ottobre 2018 realizzato in occasione della X edizione del Festival Francescano svoltosi nella città felsinea dal 28 al 30 settembre 2018, sul tema “tu sei bellezza” e anche dalla scheda alla pagina di www.pinacotecabologna.beniculturali.it da cui è tratta l’immagine pubblicata.

A lato la pianta della chiesa di San Francesco prima dell’intervento di restauro iniziato alla fine del secolo XIX, con indicata la posizione della “Cappella di Sant’Anna de Desideri” (VIII)

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Le campane di San Francesco

In un interessante video ecco le campane di San Francesco in azione

Allontanati da San Francesco a seguito delle soppressioni napoleoniche, i frati solo nel 1841-42 poterono tornare nell’antico convento e nell’attigua chiesa, ridotta però ad un cumulo di rovine. Fu subito promosso un comitato per il restauro del tempio e nel 1845 si trovarono i fondi per intraprendere i lavori più urgenti. Nel 1847 furono commissionate alla Fonderia Brighenti quattro campane poi collocate sul campanile maggiore, un nuovo melodioso doppio bolognese, fuso con abbondante oro e argento raccolto tra la cittadinanza, che andava a sostituire quello distrutto nel 1796.
Ma con la soppressione degli ordini religiosi da parte del Regno d’Italia e il conseguente incameramento dei beni (1866) le campane furono alienate, acquistate da commercianti ebrei che a loro volta le rivendettero a don Pietro Burlandi, parroco di Santo Stefano di Venola, sull’appennino bolognese, presso Marzabotto. L’acquisto fu autorizzato dall’allora Vicario capitolare di Bologna Antonio Canzi, vescovo titolare di Cirene, con la condizione che qualora i frati, con la riapertura al culto della loro chiesa, avessero richiesto le campane, la parrocchia sarebbe stata obbligata a restituirle, non senza comunque avere in cambio un congruo compenso. Alla morte di don Burlandi però, il nostro fr. Fulgenzio Serra Zanetti, per evitare che gli eredi alienassero le campane, le acquistò con la facoltà di ritirarle quando a lui fosse piaciuto. Ma quando si presentò a reclamarle gli vennero rifiutate. Morto il Serra Zanetti il diritto passò al convento e i frati, particolarmente dopo che nel 1886 la chiesa fu restituita e riaperta al culto, si affettarono a dimostrare i loro diritti pienamente riconosciti dall’autorità ecclesiastica, ma non da quelli di Venola. A nulla valse un decreto con cui nell’ottobre 1910 l’allora Arcivescovo Giacomo della Chiesa (il futuro Benedetto XV) ordinava la restituzione delle campane. Finalmente un accordo si raggiunse nel 1926 con l’impegno dei frati a consegnare alla Parrocchia di Venola quattro campane di eguale peso, misura e tonalità.
Ma si dovette attendere fino al 6 marzo 1931 per vedere l’effettivo ritorno delle campane in San Francesco dal cui campanile tornare a suonare la successiva domenica 3 maggio.
Alla pubblica sottoscrizione fu provvidenziale l’intervento di Angela Angeli di Pontecchio che vi partecipò in memoria dello zio, l’ingegnere Enrico Angeli. La stessa generosa donatrice fece pure fondere nel 1931 un nuovo grosso campanone che venne ad accordare ed arricchire tutto il concerto e, nel 1935, fece porre un’altra campana sul campanile piccolo.
La vicenda è così sintetizzata in una lapide murata alla base del campanile grande:

LE VETUSTE CAMPANE DEL TEMPIO DI SAN FRANCESCO IN
BOLOGNA, TRASFERITE LXV ANNI OR SONO NELLA PARROC-
CHIA DI VENOLA IN QUEL DI MARZABOTTO FURONO NEL
SETTIMO CENTENARIO DALLA MORTE DI S. ANTONIO DI PADOVA. RICOLLOCATE IN QUESTA ARTISTICA TORRE A
CURA DEL CARDINALE ARCIVESCO G. BATTISTA NASALLI
ROCCA DI CORNELIANO PER OPERA SOLERTE DEL P. M.
FRANCESCO BONFANTE PROVINCIALE DEI FRATI MINORI
CONVENTUALI E PER MUNIFICA OFFERTA – DONO POSTUMO – 
DEL COMPIANTO PATRIOTA ING.RE ENRICO ANGELI DA VICENZA
E QUI’ RIPRESERO COL RITMO LORO GIULIVO A CELEBRARE
LA GLORIA DI DIO E DEI SUOI SANTI IL III MAGGIO
DELL’ ANNO DI GRAZIA MCMXXXI

Nel dettaglio questa la descrizione delle cinque campane attualmente sul campanile grande:

I: Re3 crescente, fusa da Cesare Brighenti nel 1932, ed ha un diametro di 131 cm. Pesa circa 16 quintali. Reca da un lato il testo del Cantico di frate Sole (o delle creature) e dall’altro la seguente iscrizione: ENRICO ANGELI SEGUACE DI GARIBALDI AD ASPROMONTE, VOLONTARIO NEL MDCCCLXVI, COMPAGNO DI CAROLI A VILLA GLORI, TRASSE DA LA CAPACE ANIMA EROICA PURISSIMI VALORI CHE DI LUI AFFERMARONO UN VALORE UMANO. N. A VICENZA II NOVEMBRE MDCCCXLV, M. A BOLOGNA XXI DICEMBRE CMCXXVII 

II (la grossa): Fa3 crescente, fusa da Gaetano e Clemente Brighenti nel 1847, ed ha un diametro di 110,1 cm. Pesa circa 8,5 quintali. Venne dedicata all’Immacolata e reca la seguente iscrizione: GAUDIA CELITUM IN PACE CHRISTI MORTUIS IMPETRA O CLEMENS O PIA O DULCISSIMA D. M. MARIA, LABIS NESCIA QUOTIES EMITTO VOCEM LUGUBREM AES TIBI CREDITUM QUOD IDEM DUM ORITUR SOL DUM OCCIDIT STRENUE TE SALVERE IUBEO. DEI MATREM PLENA GRATIAE CAELORUM POTENTEM 

III (il mezzanone): Sol3 crescente, fusa da Gaetano e Clemente Brighenti nel 1847, ed ha un diametro di 97,8 cm. Pesa circa 5,92 quintali. Venne dedicata a san Francesco con l’auspicio che i frati non avessero più ad abbandonare la sua chiesa: HOC PETO VOCE MEA SPLENDIDA FRANCISCE COELESTIS PATRONE NE QUIS FOEDET TUAS AEDES ITERUM, NEU ABHINE PROCUL ITERUM EXPELLAT TUOS ASSECLAS QUIBUS DEBEO QUOD MIHI SOLLEMNE EST SI TUA PRECONIA CANO

IV (la mezzana): La3 crescente, fusa da Gaetano e Clemente Brighenti nel 1847 e rifusa da De Poli di Vittorio Veneto nel 1968, ed ha un diametro di 84,6 cm. La campana originale pesava circa 4,24 quintali, l’attuale campana pesa circa 3,33 quintali. Venne dedicata a sant’Antonio di Padova e agli altri santi francescani e reca l’iscrizione: ANTONI POTENS MALORUM BONAVENTURA DOCT. ECCL. CLARA VIRGO IOSEPH CUPERTINAS ET QUOTQUOT ESTIS FRANCISCALES COELITUS IN QUORUM HONOREM SUM AES PLENUM SONITU FUGIANT A VOCE MEA FULMINA FUGIANT GRANDINES ET PESTES ET OMNIS GENERIS ADVERSA

V (la piccola): Do4 crescente, fusa da Gaetano e Clemente Brighenti nel 1847, ed ha un diametro di 74,6 cm. Pesa circa 2,90 quintali. Venne dedicata alla Santissima Trinità e reca la seguente iscrizione: QUOD EX ALTO VOCE TINNULA INDICO PSALMOS IN HONOREM UNIUS TRINIQUE DEI SEMPITERNI MAGORUM SIDERIS AES REFERO VIM ET VIRTUTEM CUCURRITE ERGO QUI ME AUDITIS SOLLECITI LATURI MUNERA LAUDUM REGI REGUM OPTIMO OMNIPOTENTI

Nel campanile piccolo è presente una campana in Mi3 crescente, fusa da Cesare Brighenti nel 1935, ed ha un diametro di 120 cm e un peso di circa 12 quintali.   
Originariamente montate alla bolognese, le campane del campanile grande sono state elettrificate e bilanciate nel 1968 per motivi di staticità del campanile.

Le notizie qui riportata sono tratta da: Luigi Garani, Il bel San Francesco. La sua storia, Bologna, Tipografia Luigi Parma, 1948, pp. 163, 201-202, 257-259; sull’argomento si veda anche: Giuseppe Rivani, I campanili e le campane di San Francesco in Bologna in: “Miscellanea francescana di storia, di lettere, di arti” XXXIII, 1933, 143-148; foto e trascrizione della lapide alla pagina di www.storiaememoriadibologna.it; i dati tecnici delle campane sono prese dalla pagina di www.youtube.com. Su YouTube sono caricati diversi video relativi alla campane di San Francesco, quello qui pubblicato è preso da qui ed è stato caricato da Andrea Tescari. Si tratta, come egli stesso lo descrive, di «una suonata “a doppio” con le 4 campane maggiori (Re3-Fa3-Sol3-La3, formanti il “quarto” in tono minore) a bicchiere ripresa dalla cella campanaria (salita delle campane “in piedi”, esecuzione del pezzo “tre fatte a Campanini e Mezze con le due d’organo prima, in mezzo e dopo” e discesa delle campane) eseguito in modalità elettrico-manuale dalla tastiera della centralina di comando alle ore 10.45 quale segno per la S.Messa delle ore 11 [del 4 ottobre 2018] nella festività di S.Francesco d’Assisi Patrono d’Italia».

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Exemple

Uno schizzo a penna dell’abside di San Francesco in una cartolina del 1927

Nel 1927, in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale che si tenne nella città felsinea dal 7 all’11 settembre, le Edizioni L. Mantovani di Bologna pubblicarono una serie di 27 cartoline riproducenti altrettanti schizzi firmati Veratti. Tra esse una veduta dell’abside e del fianco settentrionale del Tempio monumentale di San Francesco (Piazza Malpighi) accompagnata dalla seguente descrizione:

È questa la prima chiesa costruita in Italia a tre navate in stile ogivale, e la sua fondazione si fa datare dal 1236. L’abside magnifica, ed i suoi campanili, di cui il maggiore è opera di Maestro Antonio di Vincenzo, sono di una pittoresca e sorprendente imponenza. Dal 1888 essa ha riavuto tutta la originaria sua forma architettonica in seguito ai lavori di ristauro guidati dal Rubbiani. Nell’interno sono varie cappelle di nobili famiglie bolognesi, recentemente restaurate. Splendido l’altare maggiore a bassorilievi, statue (80), guglie e trafori opera dei veneziani fratelli Jacobello e Pier Paolo delle Masegne. La facciata maggiore di tradizione romanica, è decorata nel frontone da preziose scodelle in ceramica.


Scheda alla pagina di badigit.comune.bologna.it da cui è tratta l’immagine qui pubblicata. Per il non meglio identificato autore si vede la scheda di www.collezionesalce.beniculturali.it

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