Giacomo Leopardi a San Francesco

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Giacomo Leopardi a San Francesco

Giacomo Leopardi ospite a San Francesco di Bologna dal 17 al 27 luglio 1825

Diretto a Milano per un impegno con l’editore Stella, Giacomo Leopardi (1798-1837) si fermò il 17 luglio del 1825 a Bologna: era prevista una sosta tecnica per il cambio dei cavalli, ma non era stato prenotato alcun albergo. Accettò quindi l’invito del suo compagno di viaggio, padre Luigi Poni, un vecchio amico del conte Monaldo, ad alloggiare nel convento di San Francesco, dove rimase nove giorni.
Così in proposito il 22 luglio 1825 da Bologna scrive al genitore: «Io sono stato e sono ancora alloggiato ai Frati Conventuali, cioè al convento del mio compagno di viaggio» (XXIV: Giacomo Leopardi, Carissimo signor padre. Lettere a Monaldo, Venosa, Osanna,  [1997]).
In città Giacomo fa alcune conoscenze importanti ed è accolto con favore nei salotti letterari cittadini. Nelle sue lettere descriverà Bologna come «quietissima, allegrissima, ospitale», «piena di letterati nazionali, e tutti di buon cuore, e prevenuti per me molto favorevolmente». E al fratello Carlo dirà: «Mi sono fermato nove giorni e sono stato accolto con carezze ed onori ch’io era tanto lontano d’aspettarmi, quanto sono dal meritare».
Positivo è anche il giudizio complessivo: «Bologna è buona, credilo a me che con infinita meraviglia, ho dovuto convenire che la bontà di cuore vi si trova effettivamente, anzi vi è comunissima».
Del padre Luigi Poni si sa che era nato a Bevagna (Perugia) e apparteneva alla Serafica Provincia dell’Umbria. Missionario in Oriente dal 1805, fu Ministro provinciale di quella giurisdizione dell’Ordine dal 1818 (cfProvincia d’Oriente e Terra Santa di San Francesco d’Assisi Frati Minori Conventuali, In cammino… verso il Padre. Necrologio, [s.l., s.n.,  2002], 3 ottobre).

Le informazioni qui pubblicate sono in gran parte tratte dalle pagine Breve soggiorno di Giacomo Leopardi a Bologna della Cro]nologia di Bologna dal 1796 ad oggi e Convento San Francesco della Mappa degli scrittori a Bologna tra 800 e 900 di www.bibliotecasalaborsa.it

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Il Voltone di San Francesco in un disegno di Pio Panfili del 1810

Pio Panfili
Voltone da S. Francesco guardando il Convento in allora da PP. MM. Conventuali, oggi la Dogana
(1810)
inchiostro bruno e acquerello grigio su carta avorio, 225×156 mm
Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, GDS, Cartone Panfili c. 54

Il Gabinetto disegni e stampe dell’Archiginnasio di Bologna conserva una raccolta di disegni e stampe di Pio Panfili (1723-1812) tra cui quello del Voltone di San Francesco, con la veduta dell’ingresso all’ex convento e, sullo sfondo, i due campanili, da Via Porta Nova. Si tratta, come lui stesso annotato, della copia che l’Autore fece nel 1810 di un precedente suo disegno del 1796.
Scheda dell’opera alla pagina di badigit.comune.bologna.it da cui è tratta l’immagine qui pubblicata.

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La statua dell’Immacolata di Agostino Corsini (1734) già in San Francesco

Forse non tutti sanno che la bella statua dell’Immacolata collocata nell’omonima cappella della Basilica bolognese di San Petronio, proviene dalla Cappella Palmieri di San Francesco. Con ogni probabilità portata lì a seguito della soppressione napoleonica che, all’inizio del secolo XIX, impose la chiusura della chiesa francescana che venne adibita a dogana.
«Chiusa dunque la chiesa – così scrive il p. Bartolomeo Dal Monte Casoni in una relazione del 1954 da titolo Del culto della B.V. Maria in genere ed alla B.V. Immacolata in ispecie -, il Patrono della Cappella (Famiglia Palmieri) provvide a mantenere al culto la venerata statua, facendola trasferire alla vicina chiesa parrocchiale di S. Marino, su cui godeva il giuspatronato. Però anche questa fu ben presto chiusa, per la riduzione delle Parrocchie imposte dal governo italico, ed avvenuta prima ancora della promulgazione del Decreto arcivescovile del Card. arciv. Carlo Oppizzoni, che costretto ad ottemperare alle imposizioni della autorità civile usurpatrice, in data 22 giugno 1805, ridusse a 16 il numero delle Parrocchie della città, da 53 che ve ne erano. La statua allora, attesa la grande venerazione da cui era circondata per lo zelo dei Frati che ne avevano sempre coltivato con profonda fede e intenso amore la devozione, fu conservata al culto trasferendola a S. Petronio, dove fu accolta con vera pietà dal Clero locale. Fu allora esposta all’altare di S. Rocco, sito nella navata sinistra, Cappella ottava. Però in vista del molto concorso dei devoti che là si recavano in pie visite, non fu quello reputato luogo adatto, trovandosi la cappella proprio di fronte a quella del SS. Sacramento, a cui di conseguenza si voltava la schiena; e si pensò di togliere quell’inconveniente ponendola in altro altare».In legno policromo, si tratta di una delle prime opere rimaste dello scultore bolognese Agostino Corsini (1688-1772), eseguita nel 1734 (per altri nel 1725) per la cappella Palmieri di San Francesco, giudicata dal bolognese storico dell’arte Eugenio Riccomini «lavoro di buon artigianato e di iconografia consueta».

Le notizie relative alla statua sono tratte dalla voce “Corsini, Agostino” curata da Paola Ceschi Lavagetto per il Dizionario Biografico degli Italiani (pagina di www.treccani.it; altre notizie alla pagina di collezioni.genusbononiae.it; per la diversa datazione si vedano la pagina di www.basilicadisanpetronio.org, da cui è tratta l’immagine qui pubblicata, e la pagina di www.bibliotecasalaborsa.it)

A lato la pianta della chiesa di San Francesco prima dell’intervento di restauro iniziato alla fine del secolo XIX, con indicata la posizione della “Cappella dell’Immacolata Concezione de Palmieri”

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Il sepolcro di Alessandro V

Il monumento sepolcrale di Alessandro V, morto a Bologna nel 1410

Morto a Bologna il 3 maggio 1410, l’antipapa francescano Alessandro V (Pietro Filargis, detto Pietro di Candia) fu sepolto nella chiesa del suo Ordine della città, il nostro bel San Francesco.
Il monumento sepolcrale giunto fino a noi e originariamente collocato nell’ambulacro absidale, si compone di due parti in terracotta policroma e dorata. La prima, più antica, è costituita dall’arca con la figura adagiata del pontefice con la tiara sul capo e un cuscino ai piedi, sovrastata dalle statue della Vergine col Bambino e dei santi Francesco e Antonio. Ha il fronte tripartito, decorato negli scomparti da motivi polilobati di derivazione gotica, con al centro soli fiammeggianti, emblema araldico del Filargis. L’arca, con ogni probabilità sorretta da mensole secondo un uso attestato anche nella Bologna dell’epoca, fu realizzata dal fiorentino Nicolò di Pietro Lamberti pare nel 1423, ma era comunque compiuta nel 1424 quando è citata nei registri del convento.
La parte inferiore, consistente nell’alto piedistallo con i due angeli che portano la cornucopia e due scudi con il già visto sole raggiante, è opera del mantovano Sperandio Savelli della fine del 1482, elemento che diede alla tomba un tono pienamente rinascimentale, superando l’aspetto ancora trecentesco che caratterizzava la sistemazione del Lamberti. «Va detto tuttavia – così continua Michele Danieli nelle note storico-critiche redatte in occasione dell’ultimo restauro – che i due angeli, pur se inquadrati da un’architettura composta con elementi classicheggianti, conservano una precisa impronta mantegnesca, certo appresa nella natia Mantova e coltivata nella Ferrara di Cosmè Tura e Francesco del Cossa. L’idea delle figure inserite in nicchie del piedistallo sembra riprendere la soluzione adottata da Donatello e Michelozzo nel Battistero di Firenze per il sepolcro di Baldassarre Cossa, Legato di Bologna e discusso successore di Alessandro, col nome di Giovanni XXIII (poi deposto dal Concilio di Costanza)».
Originariamente, come riportato dal Righini (Ms. 38, pp. 27-29), esisteva una iscrizione ora perduta che ricordava l’eloquenza oratoria del papa, i suoi scritti, i diversi episcopati ed infine la sua elevazione al soglio pontificio. Da una lapide ricordata in un documento del 1784 (Bologna, Archivio di Stato, Stato del Convento di S. Francesco, tomo I), si apprende che la tomba fu restaurata nel 1584, ad opera di frate Battista Pagani dei Zanettini, e nel 1672. Vi è anche notizia di un affresco con ampio drappeggio rosso che faceva da sfondo alla tomba, con il Padre Eterno centralmente, sopra la statua della Madonna, rispondente ad una incisione nel volume secondo dell’edizione del 1677 delle Vitae, et res gestae Pontificum romanorum et S.R.E. Cardinalium… del domenicano Alfonso Chacón [Fig. 03], in coincidenza dei restauri del 1584, e che probabilmente aveva sostituito uno più antico.
Fino al 1806, l’arca rimane nella collocazione originaria, dietro al coro, quando chiusa la chiesa e spogliata di tutti i tesori d’arte, viene demolita e i frammenti con le ceneri del Papa, vengono portati al nuovo cimitero comunale allora aperto alla Certosa, fuori delle mura. 
Tali frammenti rimasero trascurati ed abbandonati in quella sede fino al 1837, quando il Comune commissiona la ricomposizione del monumento, al quale mancavano molte parti, sostituite con altre di scagliola, illustrato nella secondo volume dell’Eletta dei monumenti del 1840 [Figg. 04 e 05]. 
Nel maggio del 1889 la cassa e le ceneri del papa furono riportate in San Francesco con una solenne funzione funebre, e collocate dietro l’altare maggiore dove attesero fino al 1893, anno in cui a spese del papa Leone XIII, la grande terracotta scomposta in 100 pezzi venne ricostruita, sotto la direzione di Alfonso Rubbiani, nella posizione attuale, a ridosso della parete della seconda campata della navata settentrionale [Fig. 06].
La tomba fu danneggiata nel crollo di alcune parti della chiesa a seguito del duplice bombardamenti del 1943, probabilmente in quello del 25 settembre [Fig. 07].
L’ultimo restauro (a cui si riferisce la veduta d’insieme della Fig. 01 e il particolare della Fig. 02) è stato eseguito nel 2007 dallo studio bolognese di Patrizia Cantelli, grazie al contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e della Fondazione  Cassa di Risparmio in Bologna.

(Le notizie qui riportate sono tratte principalmente dagli studi di Michele Danieli e Patrizia Cantelli citati in bibliografia)

Fig. 02
Fig. 03
Fig. 04
Fig. 05
Fig. 06
Fig. 07

Bibliografia

  • Michele Danieli, L’arca di papa Alessandro V nella chiesa di San Francesco in Bologna, in “Il Santo” XLVIII, 2008, 283-286
  • Patrizia Cantelli, Il restauro dell’arca di Alessandro V, in “Il Santo” XLVIII, 2008, 287-292
  • Luigi Garani, Il bel San Francesco di Bologna. La sua storia, Bologna, Tipografia Luigi Parma, 1948 , pp. 125-128, 178-179 e figg. 31, 68-69
  • Francesco Filippini, Nicolò Lamberti e il monumento di Alessandro V in Bologna, Stab. tip. riuniti, 1929 (Estr. da: “Il comune di Bologna”, n. 11, novembre 1929)
  • Alfonso Rubbiani, La tomba di Alessandro V. in Bologna. Opera di M. Sperandio da Montova, Bologna, presso la Deputazione di Storia Patria, 1894 (Estr. da “Atti e memorie della R. deputazione di storia patria per le provincie di Romagna”, s. 3., vol. 11., fascc. 1-3)
  • Benedetto Visibelli, Eletta dei monumenti più illustri e classici, sepolcrali ed onorarii di Bologna e suoi dintorni, compresi gli antichi del cimitero, vol. 2, Bologna, Litografia Zannoli, 1840, pp. [23-24], tav. [9], online alla pagina di www.e-rara.ch
  • Alfonso Chacón, Vitae, et res gestae pontificum Romanorum et s.r.e. cardinalium ab initio nascentis Ecclesiæ vsque ad Clementem 9. p.o.m  […], v. 2, Romæ, Cura, et sumptib. Philippi, et Ant. de Rubeis, coll. [777-779]), online alla pagina di archive.org

Altri riferimenti fotografici

  • Foto di Pietro Poppi post 1889 alla pagina di collezioni.genusbononiae.it (con scheda)
  • Foto secc. XIX-XX (1870 ca-1920 ca) alla pagina di catalogo.fondazionezeri.unibo.it
  • Foto 1929 alla pagina di senato.archivioluce.it
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Lo sposalizio mistico di santa Caterina e i santi Antonio di Padova e Giovannino del Bugiardini (1525 ca) già in San Francesco

Giuliano Bugiardini
Sposalizio mistico di santa Caterina e santi Antonio di Padova e Giovannino
1525 ca
Tavola, cm 208 x 178
Bologna, Pinacoteca Nazionale (sala 15)

La pala ornava l’altare della sesta cappella absidale dedicata prima a santa Caterina e poi a sant’Antonio di Padova, detta degli Albergati in quanto ceduta nel 1321 ad un certo Marco Albergati, come ricordava una lapide lì murata e ora al Museo civico (cf Garani 122). L’opera fu rimossa nel 1796 a seguito delle soppressioni napoleoniche e la destinazione della chiesa ad uso militare.Si tratta probabilmente della più tarda tra le opere di Giuliano Bugiardini (1475-1554) per Bologna, importante per l’evoluzione in senso “monumentale” del locale classicismo raffaellesco fra la terza e la quarta decade. L’artista fiorentino portò a Bologna un’interessante sintesi di quanto si andava sperimentando in quegli anni a Firenze e a Roma: la spazialità dinamica, i toni vividi e chiari, le diffuse ombreggiature.

Le notizie relative al dipinto sono in gran parte tratte del depliant La bellezza dell’arte e i francescani. Itinerario tra i dipinti della Pinacoteca Nazionale di Bologna provenienti dalla Basilica di San Francesco, 15 settembre-15 ottobre 2018 realizzato in occasione della X edizione del Festival Francescano svoltosi nella città felsinea dal 28 al 30 settembre 2018, sul tema “tu sei bellezza” e anche dalla scheda alla pagina di www.pinacotecabologna.beniculturali.it da cui è tratta l’immagine pubblicata.

A lato la pianta della chiesa di San Francesco prima dell’intervento di restauro iniziato alla fine del secolo XIX, con indicata la posizione della “Cappella di Sant’Antonio degli Albergati” (VI)

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La collezione di ritratti di musicisti del padre Giambattista Martini

Intorno al 1770 il nostro padre Giambattista Martini (1706-1784) avviò nel convento di San Francesco in Bologna una raccolta di circa 300 ritratti di musicisti, contemporanei e del passato. Le notizie sulla formazione di questa collezione non sono molte. Dal prezioso carteggio di lettere che Padre Martini tenne con diversi personaggi dell’epoca, musicisti che erano stati suoi allievi a Bologna, membri dell’Accademia Filarmonica, teorici di musica, compositori, nobili, illustri intellettuali, maestri di Cappella, custodi di conventi francescani, si è evidenziata una complessa rete di informatori e di intermediari che si occupavano di reperire i ritratti da lui desiderati.

Molti di questi (Aaron, Artusi, Banchieri, Bottrigari, Frescobaldi, Merulo, Tartini, Willaert, Zarlino) furono commissionati direttamente dal Martini agli artisti, i quali traevano le sembianze del musicista da incisioni dell’epoca. In effetti egli non era interessato al valore artistico dei dipinti, quanto ad una più o meno plausibile rassomiglianza col modello, in consonanza con l’interesse del suo secolo per la lettura fisionomica dei volti e con l’intento di dare testimonianza iconografica di personaggi legati da un unico comune denominatore – la musica – e dal fatto di avere rapporti più o meno diretti con la sua Biblioteca.

Ciò non toglie che nella collezione siano presenti molti quadri di pittori celebri, come Angelo Crescimbeni, autore di numerosi ritratti tra cui quello dello stesso religioso o Thomas Gainsborough, con il ritratto di Johann Christian Bach.

Sembra inoltre che il prestigio di Padre Martini, considerato come il più profondo conoscitore europeo dell’arte musicale, era tale che per un musicista dell’epoca era importante entrare a far parte della sua galleria di ritratti, perché ciò equivaleva ad una sorta di riconoscimento di merito: questo il caso dei ritratti richiesti a Rameau, Jommelli, Gluck e Mozart.

La quadreria rimase nel Convento di San Francesco e anche dopo la morte di Martini si arricchì di numerosi altri ritratti (tra cui Farinelli di Corrado Giaquinto, Rossini, Bellini, Donizetti, Wagner, Verdi), sopravvivendo alle confische napoleoniche grazie al suo successore padre Stanislao Mattei. La collezione entrò poi a far parte del patrimonio del Liceo filarmonico inaugurato nel 1804 nei locali dell’ex convento di San Giacomo dove nel 1816 confluì il resto della raccolta martiniana.

Notizie tratte dalla pagina di www.museibologna.it da cui a possibile accesso al catalogo online della collezione. Il ritratto del padre Martini di cui qui è pubblicato un particolare (tratto dalla pagina di www.ibcmultimedia.it) è conservato presso il Museo della Musica di Bologna.

Bibliografia

  • Lorenzo Bianconi [et al.], I ritratti del Museo della Musica di Bologna da padre Martini al Liceo musicale, Firenze, Olschki, 2018, XVII, 681 p. : ill. (Historiae musicae cultores, 129)
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Inizia il blog “Il bel San Francesco”

Incipit: Come il santo frate Bernardo d’Ascesi fu da santo Francesco mandato a Bologna, e là pres’egli luogo

Da qualche parte bisogna pur iniziare, e allora perché non iniziare proprio… dall’inizio. Anzi, ancora prima, da quando nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto, il verso che le cose avrebbero preso.Siamo, con ogni probabilità nel 1211, «Frate Bernardo porta con sé la Regola, cioè quel piccolo abbozzo che i primi dodici compagni avevano sottoposto all’approvazione di Innocenzo III. La profondità evangelica della forma di vita francescana viene rilevata con ammirazione proprio nel centro universitario di Bologna. La vita in semplicità, povertà e umiltà diventa provocazione evangelica negli uomini di cultura» (I Fioretti di san Francesco, riveduti su un nuovo codice da Benvenuto Bughetti […], presentazione di Felice Accrocca, note di Feliciano Olgiati e Daniele Solvi, in: Fonti francescane, 3. ed. rivista e aggiornata, Editrici francescane 2011 [= FF], p. 1141, nota 17).

Come il santo frate Bernardo d’Ascesi
fu da santo Francesco mandato a Bologna, 
e là pres’egli luogo
(I Fioretti di san Francesco V: FF 1833)

[…] Addivenne, nel principio della Religione, che santo Francesco mandò frate Bernardo a Bologna, acciò che ivi, secondo la grazia che Iddio gli avea data, facesse frutto a Dio, e frate Bernardo facendosi il segno della santissima croce per la santa obbidienza, si partì e pervenne a Bologna. E vedendolo li fanciulli in abito disusato e vile, sì gli faceano molti scherni e molte ingiurie, come si farebbe a uno pazzo; e frate Bernardo pazientemente e allegramente sostenea ogni cosa per amore di Cristo. Anzi, acciò che meglio e’ fusse istraziato, si puose istudiosamente nella piazza della città; onde sedendo ivi sì gli si radunarono d’intorno molti fanciulli e uomini, e chi gli tirava il cappuccio dirietro e chi dinanzi, chi gli gittava polvere e chi pietre, chi ‘l sospingeva di qua e chi di là: e frate Bernardo, sempre d’uno modo e d’una pazienza, col volto lieto, non si rammaricava e non si mutava. E per più dì ritornò a quello medesimo luogo, pure per sostenere simiglianti cose. E però che la pazienza è opera di perfezione e pruova di virtù, uno savio dottore di legge, vedendo e considerando tanta costanza e virtù di frate Bernardo non potersi turbare in tanti dì per niuna molestia o ingiuria, disse fra se medesimo: Impossibile è che costui non sia santo uomo”. E appressandosi a lui sì ‘l domandò: «Chi sei tu, e perché se’ venuto qua?». E frate Bernardo per risposta si mise la mano in seno e trasse fuori la regola di santo Francesco, e diegliela che la leggesse. E letta ch’e’ l’ebbe, considerando il suo altissimo stato di perfezione, con grandissimo stupore e ammirazione si rivolse a’ compagni e disse: «Veramente questo è il più alto stato di religione ch’io udissi mai; e però costui co’ suoi compagni sono de’ più santi uomini di questo mondo, e fa grandissimo peccato chi gli fa ingiuria, il quale sì si vorrebbe sommamente onorare, conciò sia cosa ch’e’ sia amico di Dio». E disse a frate Bernardo: «Se voi volete prendere luogo nel quale voi poteste acconciamente servire a Dio, io per salute dell’anima mia volentieri vel darei». Rispuose frate Bernardo: «Signore, io credo che questo v’abbia ispirato il nostro Signore Gesù Cristo, e però la vostra profferta io l’accetto volentieri a onore di Cristo». Allora il detto giudice con grande allegrezza e carità menò frate Bernardo a casa sua; e poi gli diede il luogo promesso, e tutto l’acconciò e compiette alle sue ispese; e d’allora innanzi diventò padre e speziale difensore di frate Bernardo e de’ suoi compagni.E frate Bernardo, per la sua santa conversazione, cominciò ad essere molto onorato dalle genti, in tanto che beato si tenea chi ‘l potea toccare o vedere. Ma egli come vero discepolo di Cristo e dello umile Francesco, temendo che l’onore del mondo non impedisse la pace e la salute dell’anima sua, sì si partì un dì e tornò a santo Francesco e dissegli così: «Padre, il luogo è preso nella città di Bologna; mandavi de’ frati che ‘l mantegnino e che vi stieno, però ch’io non vi facevo più guadagno, anzi per lo troppo onore che mi vi era fatto, io temo non perdessi più ch’io non vi guadagnerei». Allora santo Francesco udendo ogni cosa per ordine, siccome Iddio avea adoperato per frate Bernardo, ringraziò Iddio, il quale così incominciava a dilatare i poverelli discepoli della croce; e allora mandò de’ suoi compagni a Bologna e in Lombardia, li quali presono di molti luoghi in diverse partì.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

  • L’illustrazione qui pubblicata è un acquerello di fr. Ephrem Maria de Kcynia OFMCap. (1894-1970) per l’edizione Les Petites Fleurs des S. François d’Assisi, Malines, s.e., 1925, tratta da: I Fioretti di San Francesco. Esposizione delle più belle edizioni illustrate moderne. 19 giugno-31 ottobre 2010 Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco in Assisi, catalogo della mostra a cura di fra Carlo Bottero e Ezio Genovesi, Assisi, NCT Global Media, 2010, pp. 84-85, n. 20.

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